Qualche giorno fa ho accompagnato Mary a un incontro di lavoro.

L’appuntamento era al Parco La Mandria, un luogo molto vicino a casa nostra che, nonostante questo, conosco ancora pochissimo. L’incontro si sarebbe svolto camminando: una passeggiata nel parco, mentre loro parlavano del lavoro da fare.

Io ero soltanto l’accompagnatore. Camminavo un po’ defilato, lasciando loro lo spazio necessario.

Per buona parte del percorso, però, non ero davvero lì.

Avevo il telefono in mano e un preventivo importante da terminare. Calcolavo materiali, costi, giornate di lavoro e possibili guadagni. Ero completamente immerso in quella realtà fatta di numeri, impegni, spese e decisioni da prendere.

Intorno a me c’era il parco, ma io non lo vedevo.

Quando finalmente ho terminato il preventivo, ho riposto il telefono in tasca e ho alzato lo sguardo.

Soltanto allora mi sono accorto di dove mi trovavo.

Il bosco era bellissimo. C’era un’energia difficile da spiegare, ma facile da sentire. Gli alberi sembravano restituire il senso stesso del vivere, senza bisogno di parole.

Ho visto un picchio con una piccola cresta rossa. Si muoveva tra gli alberi e, per qualche istante, mi sono fermato a osservarlo.

Poi ho incontrato alcuni carpini dai tronchi spettacolari. Uno, in particolare, mi ha attirato.

 

Non saprei dire perché proprio lui.

Il suo tronco era formato da intrecci, cavità e radici che sembravano muoversi, abbracciarsi e sostenersi. Mi sono avvicinato e ho appoggiato una mano sulla sua corteccia.

Non stavo cercando qualcosa.

Non volevo ricevere un messaggio e non mi aspettavo che accadesse nulla.

Eppure, in quel momento, ho sentito pace. Una sensazione profonda di benessere, tranquillità e riconnessione con la natura e con una parte più intima di me.

Sono rimasto lì, semplicemente presente.

Quando è arrivato il momento di andare via, mi sono voltato per guardarlo ancora una volta. L’ho ringraziato.

E ho sentito che, in qualche modo, anche lui stava facendo lo stesso.

Ripensandoci, mi sono accorto che per tutta la prima parte della passeggiata ero già dentro quel luogo, ma non lo stavo realmente vivendo.

Il parco era sempre stato lì.

Il picchio era lì.

Gli alberi erano lì.

Quel carpino era lì.

Eppure io mi trovavo altrove: nei calcoli, nelle preoccupazioni, nelle cose che dovevo ancora fare.

Forse ciò che chiamiamo realtà non è sempre tutta la realtà.

Esiste quella fatta di lavoro, responsabilità, guadagni, spese e continui doveri. È una realtà che conosco bene e della quale faccio ancora parte. Sarebbe poco sincero raccontare il contrario.

Ma forse ne esiste anche un’altra, che non pretende nulla da noi.

Una realtà che non ci chiede di produrre, dimostrare, raggiungere o diventare qualcosa. Rimane silenziosamente accanto alla prima, aspettando soltanto che torniamo a guardarla.

Non so se una realtà sia più giusta dell’altra.

So soltanto che, in quel momento, fermarmi mi ha fatto bene. Mi ha permesso di vedere qualcosa che fino a poco prima era già intorno a me, ma che io non riuscivo a incontrare.

Forse ognuno ha il proprio modo e il proprio tempo per accorgersi di ciò che sente più vicino a sé. Io sto appena iniziando a riconoscere una parte di me che, fino a poco tempo fa, non sapevo ascoltare.

Lo faccio con difficoltà, mentre continuo a vivere dentro un mondo frenetico che spesso mi riporta nel fare, nel correre e nel dovere. Non parlo quindi da un luogo già raggiunto. Parlo mentre sono ancora in cammino.

Posso soltanto raccontare ciò che mi è accaduto.

Posso condividere quello che, poco alla volta, sto imparando a vedere. Non per indicare una strada, ma forse per rendere visibile una possibilità.

E mi sto accorgendo che, a volte, non serve compiere chissà quale sforzo o sacrificio per incontrare qualcosa di profondo.

Non occorre cercarlo ostinatamente.

Non bisogna forzare un’emozione, pretendere un segnale o inseguire a tutti i costi un’esperienza straordinaria.

A volte basta fermarsi.

Osservare.

Ascoltare.

Essere presenti.

La presenza non è un altro impegno da aggiungere alla nostra giornata. Forse è proprio il contrario: è smettere, per un momento, di fare.

È entrare nel flusso senza volerlo controllare. Lasciarsi trasportare dalla corrente e permettere a ciò che è già lì di raggiungerci.

Quel giorno non ero andato alla Mandria per cercare qualcosa.

Ho soltanto terminato un preventivo, messo il telefono in tasca e alzato lo sguardo.

È bastato esserci davvero.

E tu, quante cose potresti già incontrare, se solo ti fermassi ad alzare lo sguardo?

 

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