Stallo
L’altro giorno, parlando con un caro amico, mi ha dato involontariamente il titolo di questo nuovo Sussurro.
Stallo.
Una parola semplice.
Ma che descrive perfettamente quei momenti in cui ci blocchiamo.
Rimaniamo fermi. Immobili. Sospesi.
Eppure, forse, proprio in quei momenti la cosa più importante sarebbe iniziare a fare. Qualsiasi cosa. Anche piccola. Ma fare.
Per me uno stallo è arrivato quando ho ricevuto una brutta notizia sulla mia salute.
Sono rimasto lì.
A pensare.
A disperarmi.
A immaginare gli scenari peggiori.
Passavo ore a fissare il vuoto, aspettando che qualcuno risolvesse il problema al posto mio. Aspettando una risposta. Un esame. Una parola che mi dicesse: “Va tutto bene.”
Ma quella parola non arrivava.
Ed è incredibile quanto la mente riesca a trascinarti verso il basso.
Più guardi la paura, più lei cresce.
Più ti concentri sulla negatività, più il vortice ti tira dentro.
È quasi assurdo: per la mente sembra molto più semplice rifugiarsi nel peggio che cercare di risalire.
E mentre fai questo… perdi momenti.
Momenti che forse, nonostante tutto, potrebbero ancora essere bellissimi.
Questa esperienza mi ha fatto capire una cosa.
Anche prima della malattia vivevo spesso in attesa.
Aspettavo il weekend.
Aspettavo il periodo migliore.
Aspettavo di avere più tranquillità, più soldi, più tempo, più energie.
Aspettavo di vivere meglio domani, vivendo male oggi.
E non dico che pensare al futuro sia sbagliato.
Anzi.
Ma forse è sbagliato sacrificare completamente il presente per un futuro che non ci è stato promesso.
Perché la realtà è questa:
il momento reale è adesso.
Il domani speriamo ci sia.
Ma nessuno ne ha la certezza.
Un giorno durante una visita il medico mi ha detto una frase che mi ha colpito profondamente.
Mi disse:
“Non è una cosa da cui si guarisce. Si cura.”
Quelle parole mi hanno attraversato dentro.
Io ero convinto che l’operazione avrebbe chiuso tutto. Fine. Risolto.
Invece no.
Ci ho messo tempo ad accettarlo.
Ma lentamente ho capito che forse non posso vivere aspettando il giorno in cui qualcuno mi dirà: “Ora è tutto perfetto.”
Perché magari quel giorno non arriverà mai.
E io, nel frattempo, avrei passato anni ad aspettare… invece che vivere.
Ho vissuto gran parte della mia vita così.
In attesa.
Anche banalmente aspettando il fine settimana, senza accorgermi che stavo svalutando cinque giorni su sette della mia esistenza.
E allora ho iniziato a guardare le cose in modo diverso.
Come durante un viaggio in moto.
La parte più bella non è quasi mai la meta.
È il tragitto.
Le curve.
L’aria addosso.
I momenti inattesi lungo la strada.
La vita forse funziona allo stesso modo.
Non è un lavoro semplice da fare su sé stessi.
Serve tempo. Consapevolezza. Presenza.
E non posso dire di esserci riuscito completamente.
Ci sono giorni in cui ricado ancora nello stallo.
Nella paura.
Nel pensiero fisso.
Però qualcosa è cambiato.
Sto imparando ad apprezzare i momenti piccoli.
Quelli che prima nemmeno vedevo.
Il sole che nasce.
Il cinguettio degli uccelli al mattino.
Il silenzio di un bosco.
Una tazza di caffè bevuta lentamente.
Una persona cara che ti ascolta davvero.
Piccole cose.
Ma vere.
Viviamo in una società che ci insegna continuamente a rincorrere qualcosa: successo, risultati, denaro, approvazione, perfezione.
E così rimaniamo sempre proiettati altrove.
Mai qui.
Mai adesso.
Forse invece dovremmo imparare ogni giorno a trovare almeno un motivo per essere felici.
Uno soltanto.
Perché a volte la vita non cambia tutta insieme.
A volte cambia lentamente.
Nel momento esatto in cui smettiamo di aspettarla.