Filo di Luce
Ci sono forme che nascono da un disegno.
Altre, invece, bisogna semplicemente avere il coraggio di seguirle.

Questo pezzo di legno proveniva da un cedro del Libano ultracentenario, abbattuto molti anni prima dopo essere stato colpito da un fulmine.
Era rimasto lì.
Un pezzo irregolare, apparentemente senza una destinazione.
Poi ho iniziato a lavorarlo.

Non avevo un progetto preciso. Sentivo soltanto che dentro quel legno c’era una forma e che il mio compito fosse quello di cercarla.
Ho tolto materia, scavato, arrotondato.
Una curva ne chiamava un’altra.

Poco alla volta la forma ha iniziato ad avvolgersi su se stessa, stretta nel centro, per poi aprirsi sempre di più verso l’alto.
È stato un lavoro lungo, fisico.
Eppure, proprio durante quelle ore, ho iniziato a rendermi conto di qualcosa.
Ero stanco, ma avevo voglia di continuare.
Più lavoravo, più sentivo una felicità difficile da spiegare. Una sorta di euforia. Come se quella fatica avesse un peso completamente diverso da quella a cui ero stato abituato per tanti anni.
Forse stavo lavorando il legno.
Forse, senza accorgermene, stavo lavorando anche qualcosa dentro di me.
Un giorno guardavo la forma appoggiata sul piano.
E mi arrivò un’immagine.
Un antico oggetto di legno, appeso alla sua corda, con la punta rivolta verso l’alto.
Non lo vedevo interamente.
Non sapevo cosa fosse e non comprendevo perché quell’immagine fosse arrivata proprio in quel momento.
Sapevo soltanto che la sua forma richiamava qualcosa che avevo davanti.
Quell’immagine rimase con me.
Solo successivamente cercai di capire che cosa avessi visto.
Scoprii che oggetti simili appartenevano alla vita di montagna. Erano piccoli strumenti di legno utilizzati insieme alle corde per stringere e assicurare i carichi, permettendo poi di liberarli senza lasciare che la tensione rendesse il nodo difficile da sciogliere.
Fu allora che cominciai a guardare la mia opera in modo diverso.
Il nodo.
La corda.
E la possibilità di scioglierla.
Un nodo non è necessariamente qualcosa di sbagliato.
A volte nasce proprio per tenere insieme.
Sostiene.
Ci permette di portare un peso.
Ci dà sicurezza.
Ma ciò che per molto tempo ci ha sostenuto può, un giorno, diventare anche ciò che ci trattiene.
E spesso, più cerchiamo di liberarci tirando con forza, più quel nodo si stringe.
Forse alcuni nodi non devono essere spezzati.
Devono prima essere visti.
Riconosciuti.
E poi, quando arriva il momento, sciolti.
Ho trascorso più di venticinque anni della mia vita seguendo una strada lavorativa molto diversa da quella che oggi sento davanti a me.
È una parte di ciò che sono.
Mi ha insegnato a usare le mani e gli attrezzi, a conoscere gli alberi e il legno, a costruire, a trovare soluzioni.
Non sento il bisogno di cancellarla.
E forse proprio questo è uno dei significati che quest’opera mi sta facendo comprendere.
Non devo tagliare quella corda.
Posso slegarla.
Posso riconoscere ciò che mi ha portato fin qui, essere grato per quello che mi ha dato e, nello stesso tempo, accettare che la mia strada possa continuare in un’altra direzione.
RadiAnima è nata lentamente.
All’inizio quasi in punta di piedi.
Poi ha iniziato a chiedermi sempre più spazio.
E mentre questa forma prendeva vita, anch’io ho iniziato a prendere consapevolezza di qualcosa che probabilmente era già dentro di me:
questa è la strada che voglio percorrere.
Adesso, guardando l’opera, riesco a vedere quel percorso anche nel legno.

Nel centro tutto è vicino.
Serrato.
Le forme sembrano trattenersi l’una con l’altra.
Poi qualcosa cambia.
Cominciano a girare.
Si allontanano.
Prendono spazio.
E lentamente si aprono.
Non c’è uno strappo.
Non c’è una rottura.
C’è un movimento.
Un passaggio.
Quasi un filo che, dopo essere rimasto a lungo stretto dentro un nodo, comincia finalmente a dipanarsi.
Nel cuore della forma trova posto una selenite attraversata dalla luce.

E oggi anche quella luce assume per me un significato diverso.
Non è qualcosa che arriva dall’esterno a indicarci cosa dobbiamo fare.
È qualcosa che nasce dentro.
La consapevolezza non spezza i nostri nodi.
Li illumina.
Ci permette di vederli per ciò che sono.
Di comprendere quali legami hanno ancora qualcosa da darci e quali, invece, hanno terminato il proprio compito.
E quando finalmente vediamo il filo, possiamo smettere di tirare.
Possiamo cominciare a scioglierlo.
E, forse, iniziare a seguirlo.
Quest’opera nasce da un pezzo di cedro che sembrava non avere più una destinazione.
E prende forma in un momento della mia vita in cui anch’io sto imparando ad allentare ciò che mi lega a una strada conosciuta, per dare spazio a qualcosa che sento profondamente mio.
Non so se tutti i nodi debbano essere sciolti.
Alcuni forse servono ancora.
Altri ci hanno sostenuto per anni.
Ma credo esista un momento in cui sentiamo che un legame ha compiuto il proprio compito.
E forse questa storia non parla soltanto di me.
Forse, da qualche parte nella vita di ognuno, esiste un nodo che continuiamo a tirare senza accorgerci che, così facendo, lo stiamo soltanto stringendo.
Forse il primo passo non è cercare di scioglierlo.
È riuscire a vederlo.
Guardarlo per ciò che è.
Comprendere perché è nato.
Cosa ci ha dato.
E chiederci se abbiamo ancora bisogno che ci tenga legati.
Perché a volte è proprio quando smettiamo di tirare che il nodo comincia ad allentarsi.

E allora non occorre spezzarlo.
Possiamo riconoscerlo.
Possiamo ringraziarlo.
Possiamo scioglierlo.
E da qualche parte, dentro ciò che si apre, può apparire un filo.
E tu?
C’è un nodo nella tua vita che forse non chiede di essere spezzato, ma soltanto di essere visto?
Forse, oltre quel nodo, c’è già qualcosa che aspetta di essere seguito.
Un filo.
Un Filo di Luce.


